Coda di Volpe: il bianco campano da riscoprire

La Campania del vino sta vivendo una profonda riscoperta dei suoi vitigni autoctoni. Accanto ai grandi protagonisti come fiano, greco e aglianico, stanno tornando al centro dell’attenzione varietà storiche che per decenni erano rimaste in secondo piano, spesso relegate a produzioni contadine o utilizzate come uve da taglio. Tra queste, la coda di volpe. Antico vitigno campano dal nome evocativo — legato alla particolare forma del grappolo che ricorda appunto la coda di una volpe — oggi viene reinterpretato da una nuova generazione di produttori che ne stanno valorizzando identità, territorialità e capacità gastronomica. Dall’Irpinia al Sannio beneventano, la coda di volpe mostra oggi volti differenti: più fresca e verticale nelle aree interne e collinari, più solare e mediterranea nei territori sanniti. Un percorso che si intreccia inevitabilmente con il Vesuvio e con il caprettone, vitigno a lungo confuso con la stessa coda di volpe ma oggi riconosciuto come varietà autonoma. Le interpretazioni irpine L’Irpinia, con le sue altitudini e le forti escursioni termiche, contribuisce a donare a questi vini una freschezza più vibrante e una trama gustativa decisamente più verticale rispetto alle interpretazioni delle aree più calde della regione. Campania IGT Coda di Volpe "Meno Un Quarto" 2024 - Di Pietro Un vino che abbandona definitivamente l’immagine di bianco semplice e immediato per acquisire maggiore profondità, tensione e personalità. Nel bicchiere “Meno Un Quarto” si apre con profumi di agrumi maturi, mela gialla, fiori di campo ed erbe mediterranee, accompagnati da leggere sfumature minerali. Il sorso è scorrevole ma tutt’altro che semplice: la componente sapida accompagna la beva fino a un finale nitido e molto territoriale. Coda di Volpe Irpinia DOC Vadiaperti 2024 - Traerte In Irpinia è impossibile parlare di Coda di Volpe senza pensare a Traerte Vadiaperti, realtà che negli anni ha contribuito in modo importante alla valorizzazione dei vitigni autoctoni del territorio. Degustandolo mi piace molto il suo equilibrio tra componente fruttata e impronta minerale. Al naso emergono profumi di mela gialla, agrumi, fiori bianchi ed erbe aromatiche, accompagnati da una sensazione gustativa agile, sostenuta da una bella vena sapida. Lo stile di Raffaele Troisi evita qualsiasi eccesso estrattivo o sovrastruttura enologica, lasciando spazio alla piena riconoscibilità della coda di volpe irpina. È proprio attraverso interpretazioni come questa che i bianchi da coda di volpe stanno vivendo oggi una nuova stagione di attenzione, dimostrando di poter coniugare immediatezza, identità e ottima versatilità gastronomica. Irpinia Coda di Volpe DOP "del Nonno" 2024 - Cantine Dell'Angelo Ecco un altro vino che per me occupa un posto speciale e merita attenzione perché rappresenta un approccio profondamente territoriale e tradizionale nell'interpretazione del vitigno. Nessuna forzatura stilistica, Angelo Muto produce una piccolissima produzione e riesce nel suo intento di mantenere un legame diretto con la memoria agricola dell’Irpinia e con un’idea di vino che nasce prima di tutto in vigna. È un Coda di Volpe essenziale, quasi “di sottrazione”, dove l’equilibrio tra semplicità e identità diventa il vero punto di forza. “Del Nonno” si inserisce perfettamente in questo racconto: sono tutti vini che hanno in comune un linguaggio chiaro, fatto di frutto, ma anche di sapidità, e che secondo me, oggi trovano finalmente una nuova centralità nel panorama dei bianchi campani.

Coda di Volpe Taburno DOP 2025 - Torre Varano

Nel Sannio beneventano la Coda di Volpe assume una fisionomia diversa rispetto all’Irpinia, più calda, immediata e solare. Un esempio molto rappresentativo è la Coda di Volpe Taburno DOP 2025 di Torre Varano. Con Nicola e Antonina il rapporto nasce sin dall’inaugurazione di Si Wine, e nel tempo è cresciuto anche il desiderio di seguire con attenzione il loro lavoro in vigna e in cantina, Apprezzo molto la loro "lettura" del Sannio e delle sue varietà autoctone. Qui il clima più mite e le esposizioni collinari del Taburno contribuiscono a dare vini più morbidi e fruttati, più rotondi e immediati.

Dulcis in fundo: il Caprettone del Vesuvio

Se la coda di volpe racconta l’anima più stratificata e territoriale della Campania interna, il caprettone porta invece in scena un’identità completamente diversa: quella del vulcano. Un bianco che nasce alle pendici del Vesuvio e che trova nella matrice lavica dei suoli la sua cifra stilistica più riconoscibile.

Il primo vino che chiude questo percorso è il Caprettone Vesuvio DOP 2024 “Emblema” di Cantine Olivella. Qui il vitigno viene interpretato con profondità, mettendo in evidenza la sua vocazione più verticale e salina. Il profilo aromatico spazia tra agrumi, erbe officinali, pietra focaia e leggere sensazioni affumicate, mentre il sorso è teso, dinamico, segnato da una chiara impronta vulcanica che accompagna il finale.

Accanto troviamo il Vesuvio Caprettone DOP 2024 di Fuocomuorto, che restituisce invece un’interpretazione più immediata e territoriale. Qui il caprettone si esprime con maggiore agilità, mantenendo però intatta la sua identità minerale. Note di frutta a polpa bianca, agrumi e fiori mediterranei si intrecciano a una sapidità netta, tipica dei suoli vesuviani.

Due interpretazioni diverse di uno stesso vitigno, che raccontano bene come il Caprettone non sia semplicemente un bianco “del Vesuvio”, ma un vero e proprio interprete del territorio vulcanico: diretto, sapido, profondo e sempre riconoscibile.

Coda di Volpe vs CaprettoneIl confronto tra Coda di Volpe e Caprettone non è solo una questione di vitigni, ma di geografie, suoli e identità profondamente diverse della Campania del vino.La coda di volpe, diffusa tra Irpinia e Sannio, racconta l’anima delle aree interne: colline, altitudini, escursioni termiche e suoli complessi. È un vitigno che tende alla morbidezza controllata, all'accostamento gastronomico e a una versatilità che cambia sensibilmente a seconda del territorio. In Irpinia si fa più teso, verticale e minerale; nel Sannio più solare, fruttato e immediato.Il caprettone, invece, appartiene a un altro mondo: quello del Vesuvio. Qui la componente vulcanica domina la scena e definisce un profilo completamente differente. I vini sono più salini, affumicati, spesso più verticali e segnati da una tensione minerale che sembra quasi “scorrere” attraverso la lava solidificata dei suoli.Se la coda di volpe è un vitigno della misura e dell’equilibrio territoriale, il caprettone è un vitigno della forza geologica e della verticalità. In entrambi i casi, però, emerge un elemento comune: la capacità della Campania di esprimere bianchi identitari, profondamente legati ai luoghi e sempre più lontani da qualsiasi omologazione stilistica.

E ora direi che, sì siamo pronti per la degustazione 😉